progetti piccole barche a vela

Di Rodolfo Foschi  gennaio 2014

 

GLI ALBERI, CATTEDRALI SLANCIATE VERSO IL CIELO

 

Il leccio sull'orlo della balza, era andato a cercare il sole slanciandosi verso il vuoto con una lieve curvatura. Giusto quella della chiglia che avevo in mente. Più sotto, a mezza costa, un antico smottamento aveva abbattuto un giovane olmo lasciandolo col tronco orizzontale. L'alberello aveva vinto la sua lotta per la vita, sviluppando negli anni un massiccio fusto di sezione ellittica, inarcato verso l'alto. Dentro quella strana forma era contenuto il dritto del timone e l'allunga di poppa. Bastava liberarli dall'eccesso e sarebbero emersi perfetti. In fondo alla valletta un mormorio d'acqua, cipressi come pilastri di cattedrali, misticamente slanciati verso il cielo. Netti da rami per molti metri. Magnifici corsi di fasciame.

 

Risalendo l'opposto versante ci si inoltrava tra le querce. In cima al poggio una farnia guardava il lontanissimo scintillio del mare. Non aveva dovuto combattere per la luce, non si era protesa verso l'alto, si apriva subito in maestosi rami curvi.

 

Coste, madieri, braccioli. Volgendo lo sguardo indietro ai passi percorsi, la pettata ocra della balza appariva assediata da tutti i toni del verde. Potevo distinguere il colore dei lecci, delle querce, dei cipressi. Quello dei pini da cui ricavare le lunghe tavole nette per il fasciame di coperta. Quello dei ciliegi selvatici, col cui legno vellutato, avrei composto gli arredi. La mia barca era là, nel divino silenzio del bosco, i rami alla pioggia ed al sole, le radici nella terra in cui ho radici. Se gli antichi dei abitassero ancora il mondo, la signora di questo luogo sarebbe una ninfa, a lei si sarebbe dovuta chiedere la benevolenza per mutare la vita degli alberi nella vita della barca. Nell'inverno ci si sarebbe addentrati nel lucus con ferro ed oro. Avrei spezzato l'oro in due parti, una per la signora del bosco, da seppellire tra le radici. L'altra, per gli dei del mare, da incastonare sotto la scassa. Un solo oro fra terra e mare, il legame che riconduce la nave al suo porto. Poi, col ferro, avrei tagliato il legno.

 

Il grande leccio a misura di chiglia, l'avrei calato in fondo alla balza dove, scortecciato, sarebbe stato sommerso nella fonte. Legno così duro e compatto che non galleggia, sarebbe rimasto in acqua un anno.

 

L'olmo arcuato, sbozzato e trasportato nel luogo dove allestire lo scalo, avrebbe stagionato al coperto. I cipressi li avrei divisi a metà per lunghezza, distesi sollevati dall'umidità della terra, scortecciati. Avrebbero atteso nell'ombra della valletta dove mormora l'acqua. I rami curvi della farnia, tagliati avendo in mente il piano dei legni, immersi anch'essi nella gora, meno pesanti del leccio, sarebbe occorso qualche grosso sasso per tenerli a fondo sei mesi.

Il fusto del pino, segato in spesse tavole, avrebbe dormito vicino al cantiere, protetto dalla pioggia, al riparo dai raggi del sole. Aspettando il momento di imbarcare. Il ciliegio selvatico, fatto assi, impilate al coperto, in attesa.

 

 

LO SPIRITO DEL BOSCO DIVIENE L’ANIMA DELLA BARCA

 

Su tutti i legni sarebbe passato il tempo. Primo sarebbe emerso il curvame della quercia. Scolpito col ferro, modellato secondo le curve dolci della carena, mentre nell'aria si sente l'odore aspro del tannino.

Il durissimo leccio avrebbe chiesto fatica e sapienza per divenire la chiglia, pronta sullo scalo a ricevere il dritto di prora ed il massiccio di poppa. Ad una ad una le coste sarebbero salite nella loro posizione a definire un volume, a distinguere un dentro ed un fuori. Non c'è ancora il fasciame, ma già si leggono le forme dello scafo. E' in questo momento che lo spirito del bosco diviene l'anima della barca.

 

 

L’ODORE DEL LEGNO

 

I grandi cipressi, incorruttibili in acqua marina, lavorati col ferro affilato, odorano di quel profumo forte e magnifico che tornerà ogni volta che scenderemo sottocoperta. Curvati sull'ossatura, la cinta prima, poi il torello e lentamente tutti gli altri corsi fino a coprire l'intero scafo. La mano passa sulla carena come la carezza d'acqua che verrà. Il pino, scelto tavola per tavola, venature nette per tutta la lunghezza, nessun nodo. Solo rari pezzi sono perfetti, i più grandi saranno serrette e dormienti, i più sottili diverranno il fasciame di coperta. La pialla distacca dal ciliegio selvatico un sottile ricciolo, lo avvicini al viso e ti sovviene, tenue, l'asprigno dei piccoli frutti rossi. Dove è passato il ferro il legno è liscio, lucido, non richiede altra finitura. Quando cuccette e tavoli rifletteranno la luce, con certi angoli, si potranno intravedere le passate della pialla, il segno dell'opera dell'uomo. Deve essere così.

 

 

RAMI E FOGLIE SUONANO COME VELE

 

Molte volte le foglie sono diventate brune d'autunno e verdi a primavera. Generazioni di uccelli hanno abitato quei rami. L'asprigno delle ciliege selvatiche è ancora nella mia bocca. La nave ha navigato nel mare di acqua salata, o nell'oceano di sogni? Quei legni hanno conosciuto il frusciare del tagliamare, lo scroscio dell'ingavonata, il canto del vento? O forse gli alberi sono ancora nel bosco e nei giorni di libeccio, rami e foglie suonano come vele. Il mare lontanissimo scintilla e una barca con radici nella terra in cui ho radici, sempre naviga nel mio pensiero.